Churchill, Canada, è la capitale mondiale degli orsi polari. Che però, dicono gli scienziati, qui tra vent’anni non ci saranno più. Siamo andati a vedere da vicino. E abbiamo ascoltato un’antica leggenda. Che ci riguarda tutti.

Non c’era alcuna differenza tra l’uomo e Nanuk: l’uomo poteva diventare Nanuk, Nanuk poteva diventare uomo. Parlavano la stessa lingua, vivevano nello stesso tipo di casa, cacciavano nello stesso modo. Così era la vita sulla Terra nei primi tempi, tempi che oggi nessuno può capire.

Il sole radente tinge d’oro il paesaggio in bian­co e nero della tundra, la neve candida, il ghiaccio grigio, il bruno spoglio degli arbusti di salice artico, i corvi che volano immobili nel vento feroce. Dai cespugli a pochi metri da noi, due giovani si alzano sulle zampe posteriori: sono le prove generali di quella lotta che tra pochi mesi, nella stagione degli amori, farà la differenza tra riprodursi e stare a guardare. Si fissano, ritti uno davanti all’altro, partono le zampate, infine c’è l’abbraccio, quello dei pugili. Li guardo – alti più di due metri, agili nell’andatura, i musi allungati dalle fattezze molto più fini di quelle dei cugini grizzly, gli occhi così poco selvatici – e penso che mai, neppure davanti a un gorilla, ho visto un animale che mi ricordasse così tanto l’uomo. E capisco perché gli Inuit, i nomadi eschimesi un tempo soli umani abitanti di queste terre ghiacciate, considerassero Nanuk, l’orso polare, uno di loro.

Churchill, provincia del Manitoba, non è il Polo. La sua latitudine, 58° Nord, è grosso modo quella di Stoccolma. Ma per la sua posizione – al centro del Canada, lontanissimo dalle correnti calde dell’Atlantico e del Pacifico, senza montagne a frenare i venti del Nord, sulle rive della freddissima Baia di Hudson – ha un clima polare. Durante la mia visita, a metà novembre, il termometro segna già meno 25; a febbraio verranno superati i meno 40. È, nel nostro emisfero, il punto più meridionale dove arriva la tundra ghiacciata. Nel pianeta, è il punto più meridionale dove arriva l’orso bianco.

Centinaia di migliaia di anni fa, una glaciazione sorprese una comunità di orsi bruni e la isolò dal resto del mondo. Sopravvissero gli esemplari le cui caratteristiche meglio si adattavano a un habitat così estremo. Nei millenni, quelle caratteristiche vennero affinate dall’evoluzione genetica. Il risultato è l’Ursus maritimus. L’unico orso che passa gran parte dell’anno in mare aperto, sul ghiaccio. L’unico totalmente carnivoro. Il più massiccio, assieme al grizzly: un maschio adulto, che in piedi sfiora i 3 metri di lunghezza, può superare i 700 chili (le femmine raramente arrivano alla metà). Il più predatorio: a differenza del grizzly, che attacca se provocato o spaventato, e che spesso si accontenta di ferire l’intruso, l’orso polare insegue e attacca per mangiare – anche un uomo, se ne ha l’occasione.

Fortunatamente per l’uomo, la sua preda preferita è la foca. E siccome la foca nuota più velocemente di lui, per catturarla deve aspettare in agguato vicino ai buchi nel ghiaccio dove la poverina risale per respirare e riposarsi: ne sente l’odore a chilometri si distanza, si avvicina non visto, le azzanna la testa con i canini potenti e la uccide schiacciando il cranio tra i molari, poi ne mangia la pelle e il grasso, che immagazzina per resistere al freddo e al digiuno. Lui deve abbuffarsi quando può. Il trucchetto infatti gli riesce due volte su cento. In media, fa un pasto – una foca – ogni 9 giorni, per ricavarne i 7 chili di riserve di grasso di cui ha bisogno ogni 24 ore.

Ma la media non racconta la realtà. Perché l’orso per catturare la foca ha bisogno del ghiaccio, e la Baia di Hudson è ghiacciata solo da metà novembre a metà luglio. Nei quattro mesi del disgelo lui si trova costretto a terra dove – per non bruciare troppo in fretta i grassi accumulati durante l’abbuffata – fa il minimo indispensabile. Mangia qualche alga, qualche carcassa. La maggior parte delle prede terrestri corre più velocemente di lui, e l’orso sa, per esempio, che nel tempo necessario per catturare l’oca consumerà più calorie di quante ne ricaverà. Il suo obiettivo è superare in salute i quattro mesi di semi-digiuno, in attesa che il ghiaccio si riformi.

Nanuk era inseguito da un branco di cani. Correva sempre più veloce sul ghiaccio, ma quelli erano ancora alle sue calcagna. Dopo ore e ore, arrivarono alla fine del mondo, caddero giù nel cielo e diventarono stelle.

«Vento da nord, temperatura percepita meno 35», annunciava la Tv locale. Fa buio a Cape Merry, promontorio accanto alla foce del fiume Churchill, dove siamo venuti per allontanare le luci della città che cancellerebbero i nastri verdi dell’aurora boreale. Tra le miriadi di stelle sopra di noi c’è l’ammasso delle Pleiadi, quelle che per gli Inuit sono Nanuk e i cani. Siamo tutti raccolti vicino al minibus, e non solo per il freddo. Le guide, sempre armate di pistole lanciarazzi, scrutano l’oscurità. «E se gridiamo “orso”, tutti dentro, in fretta e senza discutere».

Nella Baia di Hudson, l’ultimo ghiaccio estivo viene sospinto dalle correnti verso Churchill. E sempre qui, dove il fiume scarica acqua dolce (che si solidifica più velocemente di quella salata), si forma il primo ghiaccio autunnale. Motivo per cui questa zona è, da luglio a novembre, abitata da una concentrazione di Nanuk che ne fa «la capitale mondiale degli orsi polari». Di orsi, altrove, ce ne sono magari di più. Ma non intorno a un paese di quasi mille abitanti raggiungibile in due ore di volo dall’aeroporto internazionale di Winnipeg. «Guardatevi bene intorno quando scendete la scaletta», annunciava all’arrivo la hostess, «a volte gli orsi vengono sulla pista». Il primo lo abbiamo visto gironzolare, già nel tragitto verso il paese, a poche decine di metri dalla strada principale.

Poi siamo andati alla «prigione degli orsi» dove, ci avevano detto, stava per avvenire un «trasferimento». Cioè abbiamo visto uscire tre carrelli con tre esemplari sedati – un maschio, una femmina, un cucciolo – che, avvolti in reti, sono stati issati da un elicottero, portati più a nord e liberati lassù, dove non possono fare danni. Sono, ci spiegano, gli «orsi difficili». Quelli che, attratti dagli odori di cibo delle abitazioni degli umani, gironzolano in paese, non se ne vanno neanche quando i ranger della Manitoba Conservation li spaventano con le pistole scacciacani, e magari cercano di sfondare i cassonetti dell’immondizia o – peggio – le porte delle case.

Soprattutto nel periodo della nostra visita – novembre, quando gli orsi sono affamati e impazienti di ripartire per la caccia alla foca – Churchill vive in coprifuoco. Dopo il tramonto, i locali evitano di andare a piedi dalle parti della spiaggia, e stanno alla larga dalle rocce che potrebbero nascondere sorprese. Di notte tutti girano in qualche modo armati, soprattutto da quando, l’anno scorso, tre ubriachi usciti all’alba da un party di Halloween sono andati a sbattere contro un maschio e solo per miracolo se la sono cavata con qualche ferita. Ovunque sono esposte le regole di sicurezza, e il numero di telefono da chiamare in caso di avvistamento.

Gli orsi attirano i turisti e rappresentano, per alcuni, fonte di guadagno. Ma non sono peluche. Verso la fine della mia visita, quando la Baia è ormai ghiacciata, assisto, sulla spiaggia spazzata dalla bufera, alla liberazione di un maschio adulto. È sul rimorchio di un pick­up, dentro una delle gabbie usate per intrappolarli. Un tubo d’acciaio, una grata sul fondo cui viene appeso uno straccio imbevuto di grasso di foca collegato, attraverso un cavo, a una porta a ghigliottina che chiude l’altra estremità: l’animale viene attirato dall’odore, entra nel tubo, e addentando lo straccio tira il cavo che lo imprigiona. L’orso che vedo liberare è stato catturato un mese fa. Un mese di digiuno, passato nella prigione. Ora che si vede rinchiuso di nuovo nel tubo maledetto, è furioso, fa sobbalzare il massiccio pickup. I ranger lo liberano, sparando a salve per allontanarlo, e io vedo quanto è impressionante un orso polare che corre nel ghiaccio.

La «strategia della paura» della Manitoba Conservation non piace a tutti. Soprattutto non piace la scelta di installare le trappole intorno al paese: l’idea è di proteggere la popolazione, di fatto l’odore di foca attira sempre più orsi. Magari, piazzando altrove semplici esche, starebbero alla larga dall’abitato, senza bisogno di catture, di pistole, di traumi. Tutti ricordano quanti orsi attirava la discarica prima che si decidesse di chiuderla e di trasportare i rifiuti a Thompson, molto più a Sud. C’è anche una questione cuccioli: se in una gabbia finisce una mamma, i suoi piccoli, fuori, rischiano di non sopravvivere.