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Caricatore unico per gli smartphone, primo via libera al Parlamento europeo

La commissione Mercato interno del Parlamento europeo ha dato la sua prima approvazione per l’adozione del caricatore universale per dispositivi elettronici. L’ok del Parlamento previsto a maggio, poi la direttiva passerà in Consiglio Ue

Un primo, importante, via libera per quella direttiva che imporrà a tutti i produttori di dispositivi elettronici di dotarsi — e dotare i consumatori europei — di un caricabatterie universale. L’approvazione arriva dalla commissione Mercato interno del Parlamento europeo, con 43 voti a favore e soltanto due contrari. Sebbene se ne parli sin dal 2020, la proposta concreta è stata annunciata lo scorso autunno, e prosegue ora il suo iter per diventare legge: a maggio ci sarà la votazione in sessione plenaria del Parlamento europeo, poi la parola passerà al Consiglio europeo per la forma definitiva.

I motivi principali per cui l’Unione europea si sta battendo per l’introduzione di un caricatore universale sono due: in primis i diritti dei consumatori, che non devono più essere obbligati a dotarsi di un nuovo caricabatteria con l’acquisto di un nuovo dispositivo. La seconda riguarda l’ambiente e il tema ecologico: l’obiettivo è ridurre i rifiuti elettronici, costantemente in aumento. Riporta il comunicato del Parlamento Ue le parole del relatore Alex Agius Saliba: «Con mezzo miliardo di caricatori portatili consegnati in Europa ogni anno, che generano 11-13mila tonnellate di spazzatura elettronica ogni anno, un caricatore unico per telefonini e altri apparecchi telefonici andrebbe a beneficio di tutti». La richiesta, oltre che si avere un caricatore unico, è di ottenere anche «l’interoperabilità delle tecnologie di ricarica wireless entro il 2026 e migliorando le informazioni fornite ai consumatori con etichette dedicate. Stiamo anche ampliando la portata della proposta aggiungendo altri prodotti, come i computer portatili, che dovranno essere conformi alle nuove regole». Non si tratta solo di smartphone, dunque, ma di tutti i dispositivi portatili: Pc, tablet, fotocamere, cuffie e auricolari, console e speaker.


L’idea è di adottare come standard la porta ad oggi più diffusa, ovvero l’USB-C. E questo crea problemi in particolare a una società, Apple, che ha sempre utilizzato per i suoi dispositivi una porta diversa e creata dalla stessa Cupertino, ovvero la porta Lighting. Sebbene Apple abbia già iniziato in qualche modo a uniformarsi al mercato in questo senso — sia i Mac sia quasi tutti gli iPad, ad eccezione di un modello, hanno adottato l’USB-C — per gli iPhone la situazione non è cambiata. Finora tutti i modelli si ricaricano attraverso un cavo Lighting. C’è però anche da precisare che un sistema universale di ricarica dei dispositivi elettronici sta prendendo piede senza alcun intervento ufficiale, ovvero la ricarica wireless: tutti i dispositivi che adottano questa tecnologia si basano sullo standard Qi, a prescindere dal marchio. A novembre Apple aveva anche risposto direttamente alla Commissione europea, spiegando le sue motivazioni e le sue critiche alla proposta di un caricatore unico. «L’uso inappropriato degli standard soffoca l’innovazione e mina l’obiettivo di un’ampia interoperabilità», è il primo punto. Il secondo si basa sulle stesse motivazioni ecologiche della Commissione: la proposta non permette di portare gli attuali modelli a fine vita. «La maggior parte dei prodotti ha lunghi cicli di sviluppo – si legge –. La modifica dei connettori ha un impatto significativo sulla progettazione del prodotto e sull’ecosistema, richiedendo sforzi pluriennali. Quando la proposta entrerà in vigore, solo i nuovi modelli con Usb-C saranno disponibili per l’acquisto da parte dei consumatori europei. Di conseguenza, i consumatori saranno privati della possibilità di acquistare modelli meno recenti compatibili con i loro accessori e caricabatterie, con conseguente obsolescenza precoce dei caricabatterie e degli accessori non Usb-C». E poi ci sono loro, i consumatori, che uscirebbero disorientati da questo cambiamento. «I requisiti per un’etichetta fisica sulla confezione del prodotto non sono chiaramente definiti nella proposta e possono variare all’interno del mercato dell’Ue, il che creerà confusione tra i consumatori europei».

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