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La satira e l'elegia: il caso “Don't look up

Lo squilibrio maggiore di cui soffre il film di Adam McKay riguarda il rapporto tra i due stili adottati, il satirico e l’elegiaco. La satira è risolta con scelte tutte di maniera. L’elegia mostra invece una certa freschezza di ispirazione.

Il film scritto e diretto da Adam McKay, dal titolo Don’t Look Up, interpretato tra gli altri da Leonardo Di Caprio, Jennifer Lawrence e Meryl Streep, è diventato un piccolo caso, sia per la capacità di attirare il pubblico sulla piattaforma digitale che lo ha prodotto e promosso, sia per le discussioni che ha sollevato, riguardanti le problematiche affrontate, quali l’allarme sulle mutazioni climatiche, e il diluvio di notizie e informazioni che piovono addosso a ciascuno di noi istante dopo istante…

Da un punto di vista strettamente critico, in ogni modo, lo squilibrio maggiore di cui soffre Don’t Look Up, in ogni caso, riguarda il rapporto tra i due stili adottati, il satirico e l’elegiaco.
La vicenda catastrofica è incentrata sulla minaccia di collisione fra un corpo celeste e il pianeta Terra, ed oscilla tra i registri del ridicolo, la satira, ovvero le buffe reazioni dell’umanità al pericolo imminente, e del sentimentale, l’elegia, ossia la crisi etica e morale degli uomini di scienza, gli unici a rendersi conto della terribile realtà.

Se la satira ben presto si concentra sui nefasti e paradossali effetti dell’universo mediatico a bersaglio sulla psicologia di massa, l’elegia va a toccare i momenti in cui è ritratto il sentimento di finitudine dell’esistenza che irrompe nella vita dei personaggi.

La prima, la satira, è risolta con scelte tutte di maniera, prevedibili nelle motivazioni e negli esiti; la seconda, l’elegia, mostra una certa freschezza di ispirazione, producente qualche originalità di messa in scena.

L’ “ultima cena”, dove sono radunati i personaggi “buoni”, appena prima dell’arrivo fatale della cometa, “killer dei pianeti”, è un momento di sana elegia, dove il sentimento della fine non è mai sentimentalismo dell’addio. I personaggi partecipano a un rito tenero e laico, che sfiora i limiti del sacro proprio perché non allude a nessun oltre.

Tanto il ridicolo del presidente degli Stati Uniti, una versione femminile di Trump, quanto la grottesca figura del miliardario alla Steve Jobs, magnate delle comunicazioni (per non parlare dell’anchor-woman televisiva interpretata da Cate Blanchett) non vanno invece al di là della deformazione immediata che la satira più triviale segna ed esige.

La satira e l’elegia si mostrano così irriducibili: la prima non viene mai reimpostata, riformulata, per non dire reinventata. La seconda sembrerebbe la vena poetica originale del film, che però non ha la forza, la spinta, la convinzione di sostenerne davvero il peso.

Il delirio di massa che precede l’impatto della cometa si era già visto e trattato con maggiore incisività, e prevedibilità minore, in un piccolo film del 1998, Last Night, diretto dal canadese Don McKellar (con il regista David Cronenberg impegnato in un significativo cameo). In Don’t Look Up, se non ci fosse il countdown che scandisce l’approssimarsi dell’impatto fatale, il film non avrebbe nessuna tensione drammatica, ma, come si è detto, solo satira a buon mercato e perenne scivolamento elegiaco.

Si può allora ipotizzare che ciò risulti voluto, ossia gestito consapevolmente e previsto dal regista. Questo carattere di irriducibilità tra il buffo della società tecnologica occidentale, e il sentimento di laica e sana sobrietà della porzione di umanità ancora razionale e scientifica, civilmente borghese, può così alludere al fatto che tra politica e scienza, tra le stanze surriscaldate del Potere e gli angoli umidi e infreddoliti del consorzio civile, si siano interrotti ormai tutti i canali di comunicazione.

La catastrofe, quella vera, sarebbe allora proprio questa. Ovvero, lo smarrimento più pericoloso di tutti, lo smarrimento del senso del limite nell’ambito di una comunicazione impazzita, preda del rumore e della ridondanza. Il venir meno dell’idea stessa di limite, persino, qualunque essa sia, compreso il limite tra ciò che sembrerebbe solo rischioso e quello che pare persino ineluttabile, condizione che dovrebbe alludere fra l’altro al countdown climatico in cui tutti, spettatori del film e non, siamo compresi.

Questo il campo semantico generale che il film pone allo spettatore. Poi ci sarebbero le questioni pure e semplici di drammaturgia. Il tema generale del film, lo smarrimento del senso del limite, spalanca effettivamente un vuoto, ma questa rivelazione non produce alcun conflitto, non mette in luce contraddizioni particolari, non evidenzia passaggi rimasti inesplorati.

L’umanità rappresentata nel film, prigioniera della follia appartenente tanto a una classe politica asservita ai media quanto a una élite mediatica auto elettasi unica vera classe dominante, è impedita ad individuare spazi di contestazione reali. Nemmeno in chiave frustrante, come ancora accadeva in Joker (Todd Phillips, 2019), un film che ci sentiremmo di accomunare a Don’t Look Up, perché entrambi consacrati film del momento di cui, passato il momento, non se ne parlerà più.

Si diceva delle questioni drammaturgiche, ossia il trattamento dei personaggi e dell’azione. Per muovere il personaggio dello scienziato interpretato da Leonardo Di Caprio, si è dovuto inventare il suo coinvolgimento in un affaire con la patinata e cinica conduttrice televisiva. In parallelo, per smuovere lo spazio drammatico di Jennifer Lawrence, la collaboratrice che ha individuato per prima l’arrivo del killer dei pianeti, occorre a un certo punto affiancarle un personaggio letteralmente piovuto dal nulla, un giovane stolido ladruncolo che si rivela poi chissà perché anima bella e religiosa.

Nelle scene a dominante comico-satirica, sovente la battuta arriva alla percezione dello spettatore a malapena, perché Adam McKay fatica a individuare i ritmi e i tempi del comico. L’azione drammatica viene esasperata a tal punto che diventa grottesca immediatamente, senza contraltari dialettici, né evoluzione narrativa. La battuta comica, o l’effetto satirico, così, piombano sullo schermo e dallo schermo senza che nulla davvero li prepari, accolga, motivi o rilanci.

Altro spessore, come già accennato, assumono i momenti elegiaci, che hanno il merito di fare capolino tra il trambusto generale, e qualche effetto riescono a produrre, come nel caso in cui Leonardo Di Caprio ferma l’automobile, scende e alza lo sguardo verso il puntino luminoso della cometa in arrivo, come un amante alla vista dell’oggetto del desiderio.

Perché di questo infine si tratta: l’umanità desidera essere annientata. L’oggetto del desiderio, la cometa, segna il culmine del narcisismo di una moltitudine globale esaurita e sfiancata nell’atto di mirarsi in uno specchio vuoto. Il vuoto riflette un Sé Collettivo che brama fondersi solo con sé stesso. E se lo specchio e la realtà sono diventate la stessa cosa, vuote entrambe, è allora ineluttabile che a svuotarsi sia la vita stessa, la vita del pianeta Terra.

Il cinema americano, o meglio hollywoodiano, cerca di rimanere al passo con il compito che si è dato da sempre: raffigurare i desideri depositati nell’inconscio collettivo del pubblico occidentale, o globale.

Fa male quindi il regista Adam McKay a dichiarare che il messaggio del film risulti l’allarme lanciato sulla precaria situazione climatica. Questa può essere giusto la precondizione narrativa di Don’t Look Up. Il messaggio reale è quello di un capitalismo giunto alla conclusione che non si può né produrre né consumare più di così. Creatività e affabulazione comprese. La satira è infatti già esaurita e consumata da tutti i commenti, i post, i twitter e così via cinguettando. L’elegia è una traccia vaga e indistinta dell’umano che non spiega e giustifica nulla.
Ciò che resta è solo e soltanto il delirio narcisista del cupio dissolvi. Da cui Hollywood, e non solo, è forse affetta sul serio.

 

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